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martedì 3 maggio 2016

Anteprima "Reality Love" di Jenny Anastan

Ciao Rumors! Come promesso qualche giorno fa, eccoci a presentare in anteprima in primo capitolo del nuovo libro di Jenny Anastan "Reality Love" in uscita il 10 Maggio

Capitolo 1

Non poteva essere vero.
Clarissa, il mio capo, continuava a parlare mentre io riuscivo solo a fissare il movimento delle sue labbra, scioccata da quello che avevo appena udito. Era bastato un nome – quel nome – a farmi smettere di respirare. Sapevo che sarebbe potuto accadere, ma avevo sperato, e infine creduto, che per una volta il karma fosse dalla mia parte. Invece il destino si divertiva a prendersi gioco di me.
Cooper Hill.
Campione di Basket, vincitore di due campionati, per tre anni consecutivi aveva partecipato agli All-Star Game e, ciliegina sulla torta, premiato come miglior giocatore nella regular season. Ventisei anni, e il mondo ai suoi piedi. I fan lo adoravano, nonostante sei anni prima avesse lasciato proprio Los Angeles e i Clippers per volare a New York, per di più, nessuno aveva urlato all’alto tradimento quando aveva firmato un contratto da capogiro per il Lakers, rivali della sua ex squadra.

Non era la prima circostanza in cui avevo a che fare con un personaggio così importante, mi era capitato l’attore, il campione di football, qualche politico, ma erano state le attrici con poca fama il mio tallone d’Achille. Eppure, avrei preferito servire loro, piuttosto che stare nella stanza con Cooper anche solo per cinque minuti. Perché nessuna di quelle persone era l’amore della mia vita, il ragazzo a cui avevo dato ogni cosa senza mai riprendermela indietro.
L’unico e solo proprietario del mio cuore.
Chiusi gli occhi cercando di calmare l’agitazione che provavo, non dovevo far vedere a Clarissa il mio disagio. Non era una donna molto tollerante e avrei rischiato di trovarmi culo a terra in cinque minuti. Con la fatica che avevo impiegato per trovare un posto come quello, anche se non era il massimo, rimaneva comunque il primo passo verso ciò che volevo fare davvero, e poi mi permetteva di pagare l’affitto dell’appartamento nel quale vivevo e i debiti che avevo contratto.
«Siamo molto felici che abbia accettato», disse Clarissa controllando dei fogli. «Le riprese inizieranno tra cinque settimane, e deve essere tutto impeccabile».
«Certo Clarissa».
«Nella riunione di oggi parleremo dei dettagli, e sentiremo le impressioni del Signor Hill. Per noi è importante che si senta il più possibile a suo agio», smise di guardare le carte puntando i suoi occhi color ghiaccio nei miei. «Vogliamo un’audience media alta».
«Certo, Clarissa», sembravo un automa.
«Tu sei una delle mie tre assistenti e, per tutta la durata delle riprese, la tua sola priorità sarà quella di rendere felice la nostra Star. Se alle cinque del mattino il Signor Hill vuole del gelato, tu vai a prenderlo. Se desidera ostriche per merenda, tu provvederai a fargliele trovare. Chiaro?».
«Cristallino».
«Bene», si alzò dalla poltrona di pelle bianca e aggirò la grossa scrivania. Appoggiò il suo prezioso fondoschiena sulla superficie fredda. «Allyson, questa potrebbe essere la tua occasione, se farai tutto nel migliore dei modi a fine produzione ci sarà una promozione. Ma allo stesso tempo sappi che non mi farò problemi a licenziarti se lo riterrò necessario».
«Non ti deluderò», dissi cercando di essere credibile.
«Lo spero», guardò l’ora sul suo Cartier e con una mano mi liquidò. «Ho bisogno che mi porti un caffè. E poi, con Summer, prepara la sala riunioni, ci troveremo lì alle tre oggi pomeriggio».
Annuii in risposta e velocemente lasciai la stanza, speranzosa che quel senso di oppressione che provavo sul petto passasse il prima possibile. Non avrei mai permesso che Cooper mi vedesse in bàlia dei miei sentimenti, a dire il vero mi chiesi se si ricordasse di me, o se la notorietà, il successo e le donne, avessero spazzato via tutto quello che era stato, che io avevo rappresentato.
Non lo avevo più visto, nessuno contatto. Con ogni probabilità ero diventata un ricordo sbiadito nella sua mente, mentre io non potevo fingere che non esistesse, Cooper era ovunque: in televisione, sui giornali, alla radio. E poi c’erano quegli orribili, detestabili cartelloni pubblicitari. Quando apparivano Los Angeles diventava Cooperland; il suo corpo e il suo bel volto accompagnavano le più prestigiose marche sportive, i profumi più costosi e per due anni sarebbe stato il volto di Armani. Ma la cosa che più mi faceva male, anche dopo tanto tempo, era vedere il ragazzo che avevo amato più della mia stessa vita, sorridere e abbracciare un’altra. Era straziante osservare lo stesso sguardo che era stato solo mio, regalato a una che non ero io.
Per assurdo, tutti i problemi che avevano sconvolto la mia vita erano stati il diversivo per non pensare a lui costantemente. Ma capitava spesso –  più volte di quanto amassi ammettere – che sdraiata nel mio piccolo letto fissavo il soffitto domandandomi come sarebbe stato se... Però con i se e con i ma, non si va da nessuna parte e fantasticare su una vita diversa da quella che avevo avrebbe solo peggiorato le cose, rendendomi triste e malinconica.
E la malinconia non era di certo la compagnia di cui avevo bisogno.


***


Mi tremavano le mani.
Seduta vicino al muro, restavo rigida a controllare con gli occhi che sul grande tavolo fosse tutto perfetto. Non avevo scordato nulla, io mi ero occupata del Catering e Summer della sistemazione. Non c’era neppure un minuscolo granello di polvere, o una tartina fuori posto. Clarissa era molto esigente, risultava spesso pesante e quasi impossibile da accontentare, ma anche lei avrebbe dovuto ammettere che io e Summer eravamo state quasi eccellenti. “L’eccellenza non esiste, si può sempre fare di meglio”. Questo era il mio mantra, cercavo di dare il massimo in ogni situazione, anche quando le cose potevano apparire complicate o difficili. Non esistevano strade troppo in salita. Lo avevo creduto fino a quella mattina, fino al momento in cui il nome di Cooper era stato pronunciato dalla bocca del mio capo.
Sarei stata in grado di superare qualsiasi ostacolo la vita avesse in serbo per me, ma non ero sicura di essere pronta ad affrontare Lui. Quella presa di coscienza fece accelerare il mio battito cardiaco e, nonostante l’aria condizionata fosse accesa, le mie mani sudavano.
Mancavano due minuti.
Abbassai le palpebre, mentre nelle mie orecchie arrivavano le voci di quelli che si erano già accomodati, in attesa dell’arrivo di Clarissa, del produttore esecutivo Steve Jackson, e il campione amato da una nazione intera.
Non avevo avuto il tempo di chiedermi come avrei reagito una volta che fossi stata nella stanza con lui, se il mio corpo, ma soprattutto il mio cuore, avrebbero retto all’onda d’urto del nostro primo incontro dopo tanto tempo.
Mancava un minuto.
Erano tutti eccitati, il progetto era davvero interessante. Un Reality sulla vita quotidiana di una star del Basket era qualcosa che la popolazione avrebbe di certo amato vedere. E la scelta di Cooper avrebbe calamitato l’attenzione di tutti. Lui era uno dei più apprezzati sportivi del paese: una carriera in ascesa, una vita senza macchie e senza scandali; gli uomini lo ammiravano e desideravano essere lui, le donne lo desideravano e basta. Ma dietro tutto quel successo c’era sudore e fatica, momenti di sconforto in cui lui si era sentito non adatto, inferiore ad altri atleti. Ricordavo ogni cosa, avevo vissuto al suo fianco ogni attimo della sua crescita sportiva; da quando era un bambino mingherlino con il poster di Jordan appeso alla parete della sua cameretta, fino al momento in cui era diventato il capitano indiscusso della squadra del nostro liceo. Meritava tutto ciò che aveva ottenuto, perché sapevo che se lo era guadagnato. Ero così orgogliosa di lui quando seduta sugli spalti della nostra scuola, assistevo a ogni suo incontro. Mai avrei immaginato di non essergli accanto anche nei suoi primi successi nella NBA, ero sicura che non ci saremmo mai lasciati, invece tutto era svanito poco dopo il nostro arrivo in California.
La porta si aprì e io smisi di respirare.
Fu in quel preciso istante che capii tutto. Sarebbero passati anni, ci sarebbero stati altri uomini, ma lui non avrebbe mai lasciato il mio cuore. Non si sarebbe fatto neanche un po’ più in là. Avrebbe piantonato il mio muscolo cardiaco, proteggendolo da possibili invasori. Dopo sei anni quello che provavo per lui era ancora lì, in mezzo al mio petto, e non era mutato.
Cooper entrò per secondo, e dopo di lui Steve, il grande capo. Era bello come l’ultima volta che lo avevo visto, più affascinante di persona che sulle riviste o dietro uno schermo. Il suo carisma era qualcosa di palpabile, la sicurezza con cui si muoveva e il suo sguardo fermo, lo rendevano pazzesco. Quel suo modo di fare lo avrebbe fatto diventare qualunque cosa, ne ero sempre stata convinta. Infatti era il leader della sua squadra nonostante la giovane età.
Abbassai la testa sperando che non mi vedesse. Ero terrorizzata dalla sua reazione, neanche mi accorsi delle due persone con di lui. Feci il possibile per mimetizzarmi, ma non possedevo molte opzioni per nascondermi e, sapevo, che a breve avrebbe scorto la mia figura.
«Vi presento Cooper Hill», disse Steve Jackson con una nota di compiacimento.
Supposi che non doveva essere stato semplice strappare la firma di Cooper, sul piatto avevano certamente buttato un bel po’ di soldi, per convincere sia lui che il suo staff. Restavo comunque stupita dalla scelta del mio ex, non era mai stato un amante dei riflettori, e ora avrebbe convissuto con le telecamere anche in momenti di privacy.
«Sono molto felice di conoscervi».
La sua voce fu come una calamita per me. Alzai gli occhi e mi misi a fissarlo come il resto dei presenti nella stanza. Lui era di profilo, stava scandagliando ogni membro dello staff e più si avvicinava al mio viso, più mi sentivo male. Ma il suo sguardo scivolò su di me velocemente. Nessun accenno di sorpresa nel suo volto. Avrei dovuto essere sollevata, ma sentivo un sentimento simile alla delusione nascere in me.
Non si era accorto della mia presenza, o forse semplicemente non gli importava? Ero solo io a dare un peso eccessivo a quel momento. Mi tranquillizzai, mettendo a tacere il dolore che la sua indifferenza mi stava causando, e spostai l’attenzione sulle persone che si stavano sedendo al suo fianco. La ragazza non l’avevo mai vista, probabilmente era una nuova assistente, mentre l’uomo seduto alla destra di Cooper lo conoscevo fin troppo bene: Martin Altintop. Da me soprannominato il figlio di puttana.
Non amavo imprecare o usare un linguaggio scurrile, ma Mister Altintop aveva tutto il mio disprezzo. Di una cosa bisognava dargli atto: era un agente sensazionale. In poco tempo aveva portato Cooper nell’olimpo, e poi sempre più su. Non avrei mai potuto scordare le sue parole la prima volta che incontrò me e Cooper: “tu, ragazzo mio, farai letteralmente impazzire gli stadi. Tutto il paese ti amerà”.
E aveva avuto maledettamente ragione. Ma quanto era costato a me la realizzazione di quel sogno?
La riunione durò due ore. Io presi appunti, alzai la testa il meno possibile evitando di scontrarmi con il viso di Cooper, e finsi di non sentire gli occhi di Martin su di me. Volevo uscire da quella sala e non vedevo l’ora di buttarmi sotto la doccia. Avrei anche apprezzato un po’ di cucina piccante di Maria. Qualunque cosa, purché fosse lontana da loro.
«Allora mi pare sia tutto sistemato», disse Steve Jackson. «Ci riaggiorneremo nelle prossime settimane».
«Sì», confermò Clarissa. «Le riprese inizieranno tra due mesi alla fine della regular season, ci terremo in contatto quotidianamente».
«Perfetto», Cooper aveva parlato poco durante il meeting, più che altro aveva ascoltato. «Sarò sempre reperibile, tranne un paio di giorni in cui andrò a Dallas per dei motivi famigliari, ma Martin sarà sempre a disposizione».
Quando nominò Dallas io mi irrigidii. Entrambi eravamo originari di lì e, immaginarlo nella nostra città con la sua famiglia, mi faceva sentire come se fossi stata privata di qualcosa che mi apparteneva di diritto. Anche i suoi genitori mi mancavano, non li avevo più visti dal funerale di mio padre, cinque prima.  Quella era stata l’ultima volta che avevo messo piede in Texas.
«Non si preoccupi, ci rivedremo il venti aprile», asserì Clarissa.
Cooper si alzò e tutti lo seguirono. Io non mi mossi dal mio posto, aspettando che la stanza si svuotasse. Cooper non mi degnò di uno sguardo, mentre Martin mi lanciò un’occhiataccia.
Odiavo quell’uomo, lo detestavo e provai un senso di leggerezza quando non sentii più i suoi occhi su di me.
«Resto io a sistemare», dissi a Summer cercando di tenere la voce ferma.
Ma non era facile, come poteva esserlo dopo quell’incontro?
«Ok, vado a sentire se Clarissa ha bisogno di qualcosa prima che ce ne andiamo».
Io annuii, e seguii la figura della mia collega mentre si chiudeva la porta alle spalle. Appoggiai i palmi sul tavolo e provai a rilassare la muscolatura del collo. Ero rimasta rigida per tutto il tempo, tanto che mi ero procurata di certo una contrattura. Percepivo la tensione in ogni parte del mio corpo, in ogni cellula.
Abbassai le palpebre e respirai profondamente, ripetendomi che il peggio era passato o, che perlomeno, per le prossime settimane non lo avrei più visto. Quando sarebbero iniziate le riprese sarei stata pronta ad avere a che fare con lui.
«Allyson».
Pronunciato in quel modo, il mio nome fu come una frustata veloce e feroce. Nel tempo avevo pensato parecchie volte a come sarebbe stato parlare ancora con lui, cosa dirgli se avessi avuto l’occasione di rivederlo.  
Ma, per quanto la mia testolina avesse fantasticato su questo momento, non ero di certo pronta a farlo davvero.
Non lo sarei stata mai.
«Ciao, Cooper», dissi voltandomi verso di lui.
«Volevo solo dirti un paio di cose, e ho preferito farlo di persona. La mia assistente non sa niente di questa storia e vorrei che continuasse così», disse con voce pacata.
Sbattei le palpebre confusa, non capendo a cosa si riferisse.
«Quale storia?»
«Che io e te in passato ci frequentavamo»; le sue labbra si tirarono in un piccolo ghigno.
Mi fece venire i brividi il modo in cui pronunciò quella frase, come se non fosse stata una cosa importante. Non mi aveva neppure chiesto come stavo, nessuna domanda, mi guardava come se fossi una ragazza qualsiasi… una che aveva solo frequentato.
«Era quello che facevamo, Cooper?», chiesi timidamente. «Ci frequentavamo?».
«Eravamo giovani e stupidi», asserì senza scomporsi. «Ma non è importante capire quello che eravamo, la cosa che conta è che dalla tua bocca non esca nulla sulla nostra vecchia relazione. Per me sarebbe una vera e propria scocciatura».
Lo osservai. Per la prima volta da quando era entrato nella sala riunioni mi permisi di guardarlo veramente. I suoi occhi verdi come il più bel prato di primavera erano così maledettamente tranquilli. Non era neanche un po’ toccato dalla mia presenza. Questo significava che non avevo più nessun effetto su di lui, e la calma snervante che esibiva mandava me su tutte le furie.
Capire di essere niente per la persona che, nonostante tutto, rappresentava ancora troppo mi faceva un male indescrivibile. Mi sentivo sola come mai prima.
«Non dirò nulla», dissi.
«Brava», parve compiaciuto. «Martin è stato molto scrupoloso per tenere il tuo nome lontano dall’inizio della carriera, preferirei che le riviste scandalistiche non si buttassero su una storia morta e sepolta».
«Certo», faticavo a parlare. Mi mancava l’aria, quella conversazione mi stava prosciugando delle poche energie che mi erano rimaste.
«E poi vorrei evitare che la mia fidanzata si agitasse», quello fu un colpo al cuore. «Non le farebbe piacere sapere che durante le riprese ci sarà una delle mie ex».
Fidanzata.
Una delle mie ex.
La testa cominciò a girare come una centrifuga, ogni pensiero veniva sballottato di qua e di là, e non ero più in grado di compiere un ragionamento sensato.
Fidanzata.
Una delle mie ex.
Rimasi in silenzio, certa che i miei occhi stessero tradendo ogni emozione. Conscia che lui si stava divertendo nell’assistere alla mia resa.
«Bene. Vedo che siamo d’accordo», sorrise facendo un passo verso la porta. «Almeno mi hai evitato il compito ingrato di farti licenziare».
«Come scusa?».
«Hai capito quello che ho detto, e ora devo andare».
«Cosa ti è successo Coop?».
Si bloccò appena formulai la mia domanda, e mi maledissi per averla posta a voce alta. Se ne stava andando, invece ora i suoi occhi erano di nuovo su di me. Meno distaccati di prima, ma così freddi da far gelare il sangue.
«Non mi è successo nulla».
«Io ti conosco, tu non sei…», lo indicai con il dito, «non sei così, il vecchio Coop non avrebbe mai accettato di essere il protagonista di un reality».
Cooper inaspettatamente scoppiò a ridere.
«Tu non mi conosci. Conoscevi un ragazzino, ma sono passati sei anni e ora sono diverso. Sono un uomo. E per quanto riguarda il reality, l’ho fatto per la mia fidanzata, è una sorta di regalo, un modo per darle la giusta visibilità».
«Non sei mai stato così cinico», sussurrai.
«Allyson, non sono cinico, direi l’opposto. Lo sto facendo per la donna che amo», rispose piano. «Per quanto riguarda noi, semplicemente non m’interessa ricordare il passato, perché non era niente di speciale. Sono solo ricordi». Le parole hanno il potere di dilaniare anche il più forte dei cuori e il mio era in mille pezzi. Disintegrato. «Quello su cui mi focalizzo è il mio lavoro e la mia donna, proteggo loro da quello che poterebbe capitare se la stampa scoprisse chi sei. Tutto qui».
Aveva ragione: non lo conoscevo.
La persona che mi stava di fronte era un perfetto sconosciuto, possedeva solo i bellissimi tratti del ragazzo che avevo amato con tutta me stessa. Per il resto non c’era più nulla di lui, ed era una scoperta che mi lasciava tramortita.
«Se è tutto, io avrei del lavoro da sbrigare», dissi atona.
«Non c’è altro. Arrivederci Allyson», nessuna alterazione nella sua voce, niente che facesse pensare a un suo piccolo, minuscolo, turbamento.
Avrei voluto alzare un braccio per afferrarlo, per costringerlo a guardarmi, a vedermi, avrei voluto ricordargli chi ero, chi eravamo stati. Che noi eravamo stati la storia e non una frequentazione, ma non lo feci.
Ero troppo debole, martoriata dalla portata delle sue parole. Mi sentivo come dopo una battaglia, e il nemico era in vantaggio su tutti i fronti: terra, aria, acqua…
Quindi non mi mossi, non fiatai, rimasi spettatrice passiva di quel momento.
«Arrivederci», sussurrai alla sua sagoma che scompariva dalla mia visuale.
Credetti a ogni sua parola; ero diventata solo un piccolo frammento della sua vita passata, niente che ricordasse con affetto o amore. Solo glaciale indifferenza. I mesi che avremmo dovuto passare insieme, condividendo la stessa aria, per lui sarebbero stati una passeggiata, per me il preludio dell’inferno.
Sei mesi di purgatorio, in cui avrei dovuto fingere di non provare i sentimenti che la sua presenza aveva il potere di far riemergere. Negare che non solo io non ero andata avanti, ma che lo amavo ancora.
Lo avrei amato sempre.

7 commenti:

ersida luta ha detto...

Wowwww... Bellissimo capitolo... Non vedo l'ora di leggere il continuo...

Vanessa ha detto...

solo sette giorni al 10 maggio...ce la posso fare...ce la posso fare!!:-))

Tiziana Matarrese ha detto...

possibile che mi sia già innamorata di Cooper ??!!!!

Marinella collio ha detto...

Bellissimo meraviglioso. ..Cooper oddiiooo

Marinella collio ha detto...

Bellissimo meraviglioso. ..Cooper oddiiooo

Gianna Saponaro ha detto...


Fantastico...sarà un piacere leggere questo libro...

Gianna Saponaro ha detto...


Fantastico...sarà un piacere leggere questo libro...

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