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martedì 18 novembre 2014

Sesta tappa BlogTour "Livia e Laura" di Francesca Rossi

Ciao a tutti, eccomi a presentare la sesta  tappa del Blogtour promozionale indetto dall'Autrice Fran
cesca Rossi per promuovere il suo romanzo storico: "Livia e Laura" edito dalla Genesis Publishing. La nostra tappa sarà dedicata ai luoghi del romanzo.
Regolamento: per partecipare al blogtour e vincere l'ebook del romanzo è necessario mettere il like alla pagina fb dell'autrice: https://www.facebook.com/FrancescaRossiAutrice e commentare almeno tre tappe del blogtour. 
Il vincitore verrà estratto tra coloro che avranno seguito le istruzioni. Date, argomenti e blog partecipanti: 

 30 ottobre, The Bibliophile Girl - La Sicilia misteriosa: il giallo irrisolto della Baronessa di Carini tra Storia e leggenda. 
 4 novembre, Books Hunters - Il mistero dei Beati Paoli e la presunta origine storica della mafia. 6 novembre, Francesca Rossi Autrice - Il mondo di Luigi Natoli 
 11 novembre, Genesis Publishing - La Sicilia tra Islam e Cristianesimo 
 13 novembre, Angolo delle Topiii - Vittime dell'onore: matrimoni combinati e matrimoni riparatori in Italia.
18 novembre, Il Rumore dei Libri - I luoghi del romanzo: Palermo e Carini. 
 20 novembre, Romance and Fantasy for Cosmopolitan Girl - L'arte dei cantastorie tra musica e dialetto, tradizione e modernità. 
 25 novembre, Le Passioni di Brully - interviste impossibili ai personaggi.

Blogtour sesta tappa: I luoghi del romanzo. Palermo e Carini

«Andrea, non potresti rallentare per favore?» chiedo al mio personaggio con una certa apprensione. La macchina sfreccia per le vie di Palermo ma Andrea, imperturbabile come sempre, continua a guidare come se non avesse sentito niente.
«Ammira il Cassaro» sbotta dopo un po’ con la solita aria da anfitrione, lui, l’archeologo provetto e sempre ottimista del mio romanzo.
Mi volto e osservo la strada più antica di Palermo, oggi Corso Vittorio Emanuele. Il sole sta tramontando e le ultime luci si riverberano sull’asfalto che, in maniera quasi impercettibile, digrada verso il mare.
«E’ una strada tutta dritta, già esistente al tempo dei Fenici» mi rivela Andrea.
«Sì e il nome deriva dall’arabo qasr, poiché furono gli Arabi a fortificare questa zona» rispondo, aggrappandomi preoccupata al bracciolo della portiera.
«Tranquilla» mi deride il mio accompagnatore. «Ah! Guarda la cattedrale della Santa Maria Vergine Assunta!» grida.
Mi giro di scatto verso l’imponente costruzione modificata più volte nel tempo, superba, magnifico simbolo della Cristianità.
«Sai che durante la dominazione araba venne convertita in moschea?» chiedo al mio amico.
«Certo che lo so» sussurra piccato. «Con i Normanni, però, tornò alle sue origini cristiane».
«Va bene, sei preparatissimo, ma ora rallenta» lo prego.
«Non hai nulla da temere» tenta di rassicurarmi, invano, Andrea.
«Sarà» balbetto, mentre lui scoppia a ridere di gusto.
«Qui tutto parla della conquista araba. Anche il Cassaro, se ci pensi, era già allora l’asse principale che tagliava in due una città arabizzata e islamizzata» continua, scandendo bene le parole.
«Chissà come doveva apparire dal vivo questa strada, quando erano gli Arabi a possedere il controllo dell’isola» chiedo a voce bassa, quasi parlando con me stessa.
Andrea sospira: «Hai detto bene. Possedere… Di questo è fatta la storia degli uomini. Conquista, possesso, amore, odio, vita e morte. Non c’è scampo a quanto pare».
«Ti sento particolarmente filosofico oggi» lo stuzzico.
Mi sorride e cambia argomento: «Meglio andare al Conservatorio».
«Un luogo molto caro a Livia» dichiaro facendo riferimento alla protagonista del romanzo.
«Sì, Livia adora la musica, benché il suo sogno sia da sempre la medicina» precisa, allegro, il mio interlocutore.
«Ehm… Andrè, il semaforo è rosso» lo avverto preoccupata.
«Tranquilla devi stare!» mi rimprovera. «Mi stavo già fermando. Ecco qua!» esclama frenando con vigore.
«Sarà» ripeto sempre meno convinta, i suoi occhi che mi fissano con finta disapprovazione.
Finalmente giungiamo vivi (mi preme sottolineare quest’ultimo dettaglio) al Conservatorio Bellini di Palermo, un edificio alto, antico, dall’aspetto massiccio e imponente, benché il colore chiaro riesca, in parte, a snellirne la figura.
«Un luogo pieno di note e melodie» dico sognante.
«Fu il viceré Conte De Castro a istituirlo tra il 1617 e il 1618, proprio vicino alla chiesa della Santissima Annunziata» spiega Andrea.
«Purtroppo non è rimasto molto di questa chiesa» mi rammarico, l’automobile che sembra volare sull’asfalto.
«Be’ non so se lo sai» soggiunge il giovane «ma fu il celebre Barone Pietro Pisani a riportarlo all’antico splendore nel 1833, quando ne divenne amministratore».
«Un personaggio particolare, il barone Pisani. Non dovremmo dimenticarlo» annuisco, gli occhi puntati sull’elegante portone principale.
«Sì, ma ora non abbiamo tempo per parlare di lui» esclama Andrea svoltando all’improvviso.
«Ehi! Io volevo entrare nel Conservatorio!» mi arrabbio.
«No, no, ora non c’è tempo!» mi contraddice.
«Sei peggio del Bianconiglio di Alice nel Paese delle Meraviglie» scuoto la testa, rassegnata.
«Dobbiamo andare a Carini. Devo mostrarti una cosa» mi fa l’occhiolino e, a quel punto, comincio davvero a preoccuparmi.
«Sono già stata a Carini. Per ben due volte con Livia».
«Uff sai che divertimento» sbuffa il mio interlocutore. «Avrete di certo parlato di donne e della Baronessa, mentre io voglio farti un altro discorsetto» sogghigna.
Piuttosto inquieta mi volto verso di lui: «Non è che vuoi parlarmi di trabeazioni e volte a crociera, vero?».
Silenzio.
«Vero?» chiedo ancora più angosciata, conoscendo fin troppo bene la sua passione per l’arte e l’architettura.
L’ostentato mutismo e quel sorrisetto sardonico stampato sulla faccia non promettono nulla di buono. Attraversiamo Palermo, le strade ancora affollate nonostante sia, ormai, quasi buio; la brezza fresca, profumata di limoni e mare, ci conduce fuori dalla città, tra alberi secoli e una vegetazione lussureggiante che risplende sotto i raggi lunari.
«Tornerai in Sicilia?» chiede Andrea curioso.
«Certo!» esclamo sicura.
«Intendo… tornerai qui con la fantasia a far vivere nuovi personaggi e nuove storie?» insiste.
«Sì, lo farò. E’ una promessa» sorrido affettuosamente al mio Andrea, che così tanto ha di me.
«Eccoci, siamo arrivati» annuncia dopo un bel po’ di tempo trascorso tra amichevoli chiacchiere e silenzi complici.
«Ho capito, vuoi mostrarmi le iscrizioni in latino del castello e magari anche gli stemmi nobiliari» tiro a indovinare.
«No. A esser sincero voglio mostrati un’altra cosa» confessa con aria maliziosa. «Per vedere bene tutta la Sicilia, o anche solo Palermo, uno si deve prendere l’aspettativa dal lavoro! Sono tantissime le meraviglie da scoprire. Noi, stavolta, dobbiamo accontentarci di pochi, ma fondamentali dettagli».
«Quindi non siamo qui né per i leoni rampanti dei Lanza né per la gru dei La Grua?» domando di nuovo, confusa.
«Niente stemmi». Andrea scuote con vigore la testa piena di capelli rigorosamente impomatati. «Ci interessa la torre principale, verso l’ala Ovest. Alza gli occhietti belli e capirai perché» scherza, sollevandomi con delicatezza il mento verso l’alto.
Il castello, illuminato a giorno, si staglia davanti a noi in tutta la sua fiera bellezza. I miei occhi scivolano sulle linee nette, decise, fino a incrociare, nell’ultima mensola della torre, la magnifica scultura di una mano.
«Una coincidenza» affermo, il pensiero lontano, alla triste sorte della Baronessa di Carini e all’impronta delle sue dita insanguinate sul muro che le sbarrò la via verso la salvezza.
«Così pare» ribatte Andrea. «Gli studiosi sostengono che si tratti di una scultura precedente alla morte di Laura Lanza. Ancora oggi, però, nessuno ha davvero capito quale sia il vero significato di quella mano».
«Un talismano arabo, o magari ebraico?» suggerisco, riferendomi alla famosa khamsa.
«Possibile. Del resto il castello è stato fondato tra l’XI e il XIII secolo su un edificio arabo di epoca anteriore. Ci sono ancora le rovine».
«Può darsi» annuisco «Oppure è stato un artista che ha voluto scolpire la mano che costruì il castello» ipotizzo ancora.
«Un enigma interessante. Temo, purtroppo, che non lo risolveremo stasera. E’ ora di tornare» si rammarica Andrea scrutando la notte senza fine intorno a Carini.
«Già. Ci conviene avviarci. Mi raccomando però» lo ammonisco. «Vedi di riportarmi a Palermo tutta intera».
«Agli ordini, autrice brontolona!» ridacchia, prendendomi sottobraccio.
Ce ne andiamo così, avvolti dalla luce della Luna, lasciandoci dietro un mistero che forse non verrà mai risolto e portando nel cuore la voglia di vivere ancora nuove avventure.
Francesca Rossi

1 commento:

Charlotte Sognandotralerighe ha detto...

Arabi, normanni, spagnoli.. Palermo è un amalgama di culture e i suoi edifici parlano di tradizioni, curiosità, superstizioni con infinite declinazioni!

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