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venerdì 7 febbraio 2014

Iniziativa Butterfly Edizioni "Pappagalli, favole e tanti guai" di Mirko De Gasperis

Butterfly Edizioni per promuovere l'uscita del nuovo libro: "Pappagalli, favole e tanti guai" di Mirko De Gasperis, hanno pensato di fare un regalo ai loro lettori e dare la possibilità a 3 blogger di essere pubblicati nella copertina. 
Come fare? E' semplicissimo. Qui troverete i primi 3 capitoli del romanzo, ai primi 10 lettori che lasceranno un commento di almeno cinque righe sul blog verrà dato un BUONO SCONTO pari al 50% sull'acquisto del libro; dall'11° lettore fino al 20° - sempre lasciando un commento sui propri blog - lo sconto del 40%, dal 21° al 30° lo sconto del 30%. 
Ma non è finita qui! Tra quelli che hanno letto il libro in anteprima e poi, dopo averlo acquistato in maniera scontata, lasceranno un ulteriore commento su ibs, verranno selezionati 10 lettori che riceveranno un ulteriore BUONO SCONTO del valore di 50% sull'acquisto di un libro a scelta dal nostro catalogo: http://www.blomming.com/mm/ShopButterflyEdizioni/items 

IMPORTANTE: Tra tutti i commenti che ci arriveranno, verranno selezionati 3 commenti, che verranno pubblicati nella copertina del libro con il nome del lettore e il link del blog. Un modo semplice e immediato per far conoscere il nostro blog a sempre più lettori! 
C'è tempo solo fino al 14 febbraio!  
"Pappagalli, favole e tanti guai" di Mirko De Gasperis
Trama: James Tripp ha poco più di vent’anni e ha già provato l’ebbrezza del sogno e la cocente delusione del risveglio. Il suo romanzo d’esordio l’ha reso una promessa letteraria ma solo per il suo paese pettegolo e, in più, ha provocato una cotta mostruosa per la sua editrice Claire e la rottura con la sua famiglia al completo, fatta eccezione per l’intelligentissima nipotina Kate. Tra le favole inventate per l’amante ninfomane e i guai dell’amico spacciatore, complice un’insospettabile gabbia per pappagalli, James intraprende un’avventura alla ricerca dell’ispirazione e della tranquillità perdute ma, si sa, la vita trova sempre il modo per coglierci alla sprovvista. Con intelligente ironia, Mirko De Gasperis diverte il lettore mostrandogli, al tempo stesso, il volto amaro e sognatore di una moderna gioventù bruciata, attraverso uno stile indimenticabile e una sorprendente pennellata di humour nero.
           Capitoli

E così il ragazzo finì per accecarsi di sua spontanea volontà, per
non dover più guardare il mondo. Ma, mentre l’oscurità diventava la
sua nuova realtà, la mente già gli si riempiva di domande.
Quanto era giusto chiudere le porte al mondo? L’altruismo verso
gli altri, verso le persone che per lui contavano, lo avrebbe aiutato a
fare pace con il mondo? Il fatto che avesse fallito, dimostrava che
lui era inadatto a vivere o che erano semplicemente un mucchio di
bugie? Gli altri avevano fatto davvero tutto il possibile per andargli
incontro? Quanto poteva dipendere da loro, da egli stesso? Era
soltanto una stupida questione di fortuna?
«Guarda che servono anche le risposte. Lo scrittore sei tu.»
James Tripp rilesse quelle poche righe, sbuffando e grattandosi
con forza fra i capelli scarmigliati. «Schifo.» sentenziò, aspirando
dalla sigaretta che gli pendeva dalle labbra e che vomitava fumo nei
suoi occhi arrossati. Stava scrivendo un romanzo o un questionario
per aspiranti filosofi e sociologi?
Se James non fosse stato tanto disperato, ci avrebbe riso su.
Invece, rimase in silenzio, tirandosi indietro con la schiena, con le
mani incrociate dietro la testa, fissando un punto a caso nella
libreria, un tutt’uno con la scrivania dove era poggiato il suo
portatile, col quale stava lavorando. Tornò a premere sui tasti,
deciso a cercare qualche risposta. Chiese aiuto a Internet, il Dio del
terzo millennio, colui che tutto sa. Ma appena mezz’ora di ricerche
sulla parola “altruismo” gli aveva fatto gettare la spugna, dopo che
era finito su un sito pseudo - religioso che diceva: “Aiutare il
prossimo ci rende migliori”. Punto. Nessuna spiegazione, nessuna
tesi. Prendere o lasciare.
E James spense il computer. Così, mentre lasciava scorrere il
suo sguardo annoiato su quegli scaffali stracolmi di libri, gli tornò
alla mente la faccenda che gli aveva provocato la gastrite per tutta
la mattinata. Scattò in avanti, recuperando un libro adagiato davanti
tutti gli altri. La copertina spiccava per i colori vivaci e al tatto dava
la sensazione di qualcosa di gommoso. Era un perfetto libro per
bambini. Peccato che fosse anche il suo di libro. E la storia
all’interno non era per bambini.
Vi mangerò tutti. James lesse il titolo della sua prima opera
letteraria, per poi imprecare con un filo di voce. Girò il volume,
leggendo la sua breve biografia, alla quale era stata aggiunta una
frase, giusto per quell’edizione: “Da sempre amante dei bambini e
dell’infanzia”. James scosse la testa, maledicendo l’ideatore di
quella trovata. Aprì a caso una delle pagine, dove i caratteri
stampati erano grandi, come si addice a un lettore infantile. “E fu
così che Tyron sentì la propria intimità che cresceva, farsi forte
sempre più.”
«Oh merda…» si era messo a leggerlo dal punto di vista di un
bimbo di sei anni e la cosa non gli piacque neanche un po’. D’istinto
infilò il volume sostanzioso nella larga tasca, all’altezza del petto
dell’accappatoio che indossava, mentre apriva la sua casella mail,
ricercando il contatto dello staff della sua editoria. Cercava Stewart
per la precisione. Era uno dei redattori dell’editoria che tre anni
prima gli aveva pubblicato “Vi mangerò tutti”, il suo primo romanzo.
Tanto James sapeva che l’idea era stata la sua. Aprì la pagina
vuota, dove scrivere la mail, mordendosi un labbro, cercando di
riacquistare la sua diplomazia, poi finalmente scrisse.
Ma come accidenti ti è venuto in mente di pubblicare la mia
storia in una collana per bambini??? Il fatto che ci siano scene di
morte, sesso incestuoso e cannibalismo non ti ha fatto venire il
dubbio che forse sarebbe un po’ troppo… “impegnativo” per lettori
abituati a leggere Hansel e Gretel? Di tutte le tue idee idiote questa
è davvero insuperabile, Alan! E prima che me lo chiedi, sì, sono
molto incazzato!
James
James non rilesse neanche quelle righe, maledicendo se stesso
per non averle scritte quella mattina stessa, quando aveva ricevuto
il pacco con quella prima copia, quando gli era salito il sangue al
cervello. Allora sì che avrebbe trovato termini più consoni per
insultare Stewart. Invece, ora, si sentiva insoddisfatto e con la
gastrite che pulsava nel suo addome. Si alzò, borbottando, deciso a
sgranchirsi le gambe. Ma non appena raggiunse il soggiorno, il suo
aspetto spoglio, senza alcun arredamento, lo fece pentire di aver
abbandonato il romanzo che stava scrivendo e che doveva
terminare al più presto. Sbuffò, mentre stringeva con un nodo
l’accappatoio che indossava sopra una maglietta stinta e un paio di
bermuda multicolore. Le pareti bianche, candide, sembravano avere
mille occhi minacciosi e una sola bocca, che continuava a
sussurrargli: “Perché non sei al lavoro?” Aveva letto da qualche
parte che il luogo migliore, dove uno scrittore poteva lavorare, era
un ambiente senza alcun arredamento, senza nessun oggetto che
poteva creargli delle distrazioni. Per quel motivo, nella casa di Tripp,
c’erano soltanto un tavolino, quattro sedie e un divano in soggiorno,
un altro tavolo, un frigorifero e i fornelli in cucina, e il minimo
indispensabile nel bagno. Faceva eccezione la libreria stracolma di
libri in camera, oltre al letto per dormire, quando non diventava il
giaciglio per tutti i vestiti (non molti comunque) del padrone di casa.
James si era reso conto ben presto che la mancanza di ispirazione
non c’entrava un bel niente con pareti bianche e spoglie, ma la cosa
gli stava bene lo stesso, dato che non aveva la benché minima
voglia di mettersi a girare per arredare il suo appartamento. A ciò si
aggiungeva anche il fattore non trascurabile di arrivare alla fine del
mese sempre per il rotto della cuffia. Se non tornava dai suoi
genitori a chiedere aiuti economici, lo doveva quasi esclusivamente
al sussidio di disoccupazione, aiutato dagli spiccioli per le vendite
del primo romanzo e dalla vita frugale che conduceva.
Passò la punta della pantofola che indossava sul pavimento,
scoprendo le mattonelle da sotto lo strato di polvere sempre più
consistente col passare del tempo. Aprì la porta-finestra del
soggiorno, uscendo sul balcone, accolto dal tempo soleggiato di
una giornata primaverile. Gettò il mozzicone di sigaretta, ormai
giunta al filtro, nel suo giardino incolto, per poi guardare quello
impeccabile dei Chen, i suoi vicini di origine cinese. Cecilia, una
delle loro figlie, annaffiava il giardino con il tubo, mentre Ximen, suo
padre, sembrava intento a spostare un vaso poco più in là.
James si distrasse ben presto da quella scena vagamente
bucolica per osservare una figura che si avvicinava al cancello di
casa sua. Il ragazzo indossò gli occhiali da vista, mettendo a fuoco
il visitatore, che in realtà era sua nipote Kate. Abbozzò un sorriso,
guardandola camminare con quegli stivaletti neri, tutta compunta
come una piccola donna, prima che il suo viso si sollevasse,
incrociando lo sguardo di James. Si sorrisero, prima che lo scrittore
entrasse in casa e aprisse il cancello. Mentre attendeva che la
nipote salisse fino al secondo piano, James si diresse in camera
sua, sfilandosi i bermuda, per indossare in tutta fretta un paio di
jeans, recuperati dal disordine sul letto. Il tempo di mettersi addosso
la giacca di pelle e il ragazzo tornò in soggiorno, proprio mentre
Kate faceva capolino dalla porta.
«Ciao, zio!» lo salutò, cercando di non tradire un tono troppo
squillante, com’era normale per la sua età, simulando una voce più
adulta.
«Quante volte ti ho detto di non chiamarmi così?» la indicò il
ragazzo, per poi scompigliarle i capelli a caschetto, trattamento che
irritava parecchio la ragazzina. «Dai, andiamo a farci una
passeggiata. Facciamo un salto al parco, ok?» Kate si voltò,
sistemandosi meglio lo zaino sulle spalle, per poi adocchiare meglio
il ragazzo.
«Oddio… dimmi che quello non è il tuo accappatoio!» lo indicò,
per poi guardalo, accigliata. James si finse meravigliato.
«Non ci sto bene?» le chiese, fingendosi offeso.
«Mi domando che figura ci faccio a farmi vedere in giro con te…»
commentò Kate. Un commento sempre così adulto. «Essere
alternativi non impone di vestirsi in modo osceno.» Attraversarono il
giardino, mentre Kate dava una rassettata alla sua gonnellina
scozzese e James si accendeva un’altra sigaretta. Cecilia si
accorse di loro e si affrettò a salutare da lontano, come se avesse
visto sbucare due star hollywoodiane.
«Ciao!» emise un gridolino, proprio mentre il tubo le sfuggiva di
mano. La corrente dell’acqua che fuoriusciva lo rese imbizzarrito,
come un cobra con le convulsioni e, in un lampo, Cecilia fu
raggiunta da diversi getti d’acqua, prima che riuscisse a bloccare il
tubo indemoniato. James e Kate rimasero con la mano alzata,
troppo presi dalla piccola tragedia. E mentre la ragazzina aveva uno
sguardo in pena per Cecilia, a James sfuggì una piccola risata,
interrotta sul nascere da un calcio di Kate. Il ragazzo saltellò,
massaggiandosi lo stinco, ora di nuovo serio e fece per andare
verso Cecilia.
«E vieni!» lo bloccò Kate, afferrandolo per un braccio e
conducendolo dietro di sé, fuori dal giardino e lontano dalla vicina,
ormai fradicia.
«Ma scusa, volevo soltanto vedere se stava bene…»
«Non sta bene! Ha appena fatto una figura pietosa di fronte al
ragazzo di cui è cotta!» lo sgridò la nipote, annoiata, come quando
si deve spiegare qualcosa a un bambino.
«Ma dai…»
«Ma dai, cosa?» Kate era una dodicenne, con un visetto dai
lineamenti dolci che, uniti a un colorito pallido, la facevano
sembrare una bella bambola di porcellana, incorniciata da quei
capelli scuri a caschetto. Soltanto in un caso si spezzava
quell’armonia: quando la bambina veniva contraddetta, come in
quel caso. Allora la sua espressione si induriva e gli occhi
dardeggiavano minacciosi, intimorendo qualsiasi malcapitato.
«Se a te piace credere che lei non straveda per te, fa’ come ti
pare… ma non provare a convincermi dello stesso, per favore!»
tagliò corto, borbottando.
«Essere rincorsi da una falciatrice non è un’esperienza che si
dimentica in fretta…» James tornò all’episodio, mordendosi un
labbro per non sbottare a ridere. Kate si riferiva a quell’estate,
quando aveva portato la sua piscina gonfiabile e l’avevano messa
nel giardino di James, per stemperare la calura estiva. Mentre lo
attendeva, Kate si era messa a prendere il sole e, poiché James era
stato trattenuto da una telefonata, aveva finito per appisolarsi.
Quando poi il ragazzo aveva fatto la sua apparizione, in costume,
non era sfuggito allo sguardo di Cecilia, che nel suo giardino stava
usando per l’appunto una falciatrice elettrica, tenendola per i
manubri. Ma, proprio in quel momento, era inciampata, cadendo a
terra e perdendo il controllo del macchinario. James non si era
accorto di nulla, giacché era intento a raccogliere dell’acqua con le
mani, per lanciarla addosso a Kate, facendole uno scherzo. Quando
era giunto il grido allarmato di Cecilia, la falciatrice aveva
oltrepassato la siepe che divideva le due abitazioni ed era ormai a
un soffio dalla sdraio di Kate, che era balzata come un gatto,
ruotando di lato e tentando di fuggire a quattro zampe, terrorizzata e
ancora assonnata. La falciatrice aveva colpito la sdraio, lisciando di
poco Kate, e aveva finito per raggiungere la piscina, bucandola, con
il conseguente straripamento di tutta l’acqua, che aveva invaso il
giardino di James, mentre Cecilia correva, con le mani nei capelli, a
staccare la spina. Il tutto si era concluso con le scuse di Cecilia e
sua madre. E nessuna vittima, a parte la povera piscina gonfiabile.
Una volta raggiunto il parco, Kate e James si sedettero su un paio
di altalene, guadagnandosi le occhiate imbronciate di un paio di
bambini, che dovettero ripiegare sugli scivoli.
«Cecilia non è male, no?» commentò Kate, dondolandosi
appena.
«Non è male… e non è niente di che…» rispose James, vago.
«Oh, invece Claire…» e pronunciò il nome come se avesse detto
“bleah”.
James sbuffò una nuvoletta di fumo, guardando altrove.
«Sei ancora innamorato di lei?» e lo chiese come se sperasse di
avere soltanto una risposta negativa.
«Purtroppo sì.»
«Oddio, zio…»
«Non dovresti imprecare…» le fece notare James, mentre un
sorriso obliquo gli compariva in volto, guadagnandosi un’altra
occhiataccia di Kate. «Tuo padre è ancora così credente?» e la
domanda aveva lo stesso tono di quella della nipote riguardo Claire.
«Fino a quando Dio esisterà…» rispose la ragazza, continuando
a dondolarsi. «L’altra domenica ha litigato col prete.»
«Ah, sì?»
«Già… nel suo sermone ha fatto un elogio dell’amore fra
adolescenti…» Kate si bloccò, sogghignando. «Poteva essere
frainteso. Amore, sesso prematrimoniale… papà gli ha fatto questo
appunto, alla fine della cerimonia, e il prete ha finito per dargli del
bigotto.» I due ragazzi si guardarono, ridacchiando. «Dovevi
esserci.»
«Che scena! E Pat che diceva?»
«Mamma si guardava intorno, tutta nervosa… aveva paura che
ci fosse qualcuno a sentirci. Sai com’è fatta, no? È sempre stata
terrorizzata da quello che la gente può pensare.»
«Sì, lo so.» Non era un caso che non parlasse con sua sorella
Patricia da ormai tre anni. Nonostante la grande differenza di età fra
loro, erano stati sempre molto attaccati. Ma dopo la pubblicazione
del libro, i litigi con la famiglia avevano travolto anche la sorella.
«Dovresti riparlarci.»
«Ah, non credo che ne sarebbe felice.» James buttò via il
mozzicone.
«Non è vero. Mi domanda spesso del suo fratellino e di cosa
combini. Ed è anche per questo che è felice delle visite che ti faccio:
è come se potesse continuare ad avere un occhio su di te.»
«Quindi il fatto che nel romanzo l’abbia descritta come una
squilibrata non le dà più fastidio?»
«Odia quel libro. E continua a odiare tutta la cattiva pubblicità
che ha portato sulla famiglia, però ti vuole bene.»
«Se davvero ci teneva, avrebbe capito, quando ho provato a
spiegarle che era soltanto una finzione, che avevo usato la mia
famiglia per comodità!»
«Ma tu hai provato davvero a spiegarglielo?»
«Certo! E poi che cavolo! Sono personaggi, non persone vere!»
«Sì, se avessi almeno avuto il tatto di cambiare i nomi… sai, per
mascherare un po’ la cosa…» fece notare Kate, mentre James
sbuffava.
«Sono una famiglia di provinciali. È questa la verità. Quando
videro il libro per la prima volta, hanno pensato soltanto al prezzo in
copertina e se avevano scritto bene il cognome! Fanculo… tu sei
l’unica ad averlo letto!» James la guardò accigliato. Gli erano andati
tutti contro, dopo aver sentito le voci che giravano, fra quelli che già
l’avevano letto. Voci soltanto. «L’unica che non doveva leggerlo, tra
l’altro…»
«Oh, non rompere. Non ho più dieci anni.»
«Eh, certo, sei un’adulta!»
«Sono più matura di te, caro zio Jimmy. Anche se non è che ci
voglia poi molto…» Kate inarcò un sopracciglio e James allungò
una mano, scompigliandole ancora i capelli.
«Uffa! Ah, ma a proposito: quando ci farai l’onore della nuova
opera?»
James si aggrappò all’altalena, quasi si fosse afflosciato e fosse
sul punto di scivolare a terra. «Presto.»
«Mmh.» Kate guardò a terra. «Questo “presto” è da un po’ che
gira nell’aria.» commentò, senza ricevere risposta. Ammettere che
si era bloccato, che si era svuotato, non passava neanche
nell’anticamera del cervello di James. Se non ci pensava, magari
neanche era vero. Eppure erano già passati tre anni e aveva già
cominciato e abbandonato quattro storie. E la quinta non era proprio
sulla buona strada.
«Allora, Katie, te lo sei fatto il fidanzato?»
«Stai cambiando discorso?»
«Eh, sì.»
«No, nessun fidanzato. Ti ho già detto che considero l’amore una
baggianata per persone deboli.»
«Continui a leggere Nietzsche?»
«Sono passata a Schopenhauer. In ogni caso, la relazione di
coppia non fa per me. Aspetterò l’età giusta, affinché il mio corpo sia
in grado di affrontare una gestazione e cercherò un donatore,
possibilmente decente e con un buon quoziente intellettivo. Se la
natura mi ha predisposto alla riproduzione, non sarò certo io a
evitare qualcosa che esiste da sempre.»
«Kate, tu mi preoccupi.»
«Perché voglio affrontare una gravidanza?»
«No, il tuo pensiero ha una sua logica e può essere anche
condivisibile… ma non dovrebbe farlo una ragazzina…» il tono di
James era esasperato, ma tornò subito sui suoi passi, dopo
l’occhiataccia di Kate.
«Ok, una ragazza…» sottolineò la correzione. «… di dodici
anni…» il fatto che James avesse quasi il doppio dell’età della
nipote, ma che non sentisse mai quella differenza, lo disorientava.
«Il tempo è un inganno irreale.» si limitò a rispondere la ragazza.
«Vorrei che lo fossero stati anche questi tre anni.»
«Ma dai, perché?»
«Quel libro mi ha portato soltanto guai… prima la mia famiglia,
poi un successo a metà, che è stato più un fuoco di paglia e che mi
ha regalato un contratto che è più una condanna che altro… e
Claire…» James si passò una mano in volto, quasi potesse
scrollarsi di dosso tutto.
«Senti, diciamo pure che non è stato il libro, ma che sei stato tu,
visto e considerato che i libri non sono amuleti.» specificò Kate. «E
poi, tutto quello che ti ha portato, non è qualcosa di definitivo: è
qualcosa ancora da definire, da completare, o no?» la ragazza fece
spallucce, per poi guardare lo zio con i suoi occhi neri e penetranti,
gli stessi della madre Patricia. «Ti basta fare pace con i nonni, finire
il tuo secondo romanzo, mandare al diavolo Claire…» la ragazza gli
fece l’occhiolino, regalandogli uno dei suoi rari sorrisi.
«Hai davvero troppa fiducia in me, Kate.»
«Dai, zietto…» chiuse gli occhi, assumendo una voce profonda.
«Dio ti sta mettendo alla prova, ragazzo mio.» e sottolineò ogni
parola, facendo ondeggiare l’indice sotto il naso del ragazzo, per poi
sbuffare una risata, annullando così la maldestra imitazione del
padre.
«Detto da un’atea non è molto convincente… il caro Maxwell lo
sa?»
«Per carità! Preferisco di gran lunga starmene un’ora alla
settimana in chiesa, piuttosto che perderne mille per convincerlo
delle mie idee… e poi un po’ di teologia non mi dispiace… il
Vangelo è un libro così grazioso.» Kate tirò fuori un chewing-gum,
offrendolo a James, che però declinò. La ragazza cominciò a
masticare, guardando altrove. «E poi così ti sto coprendo da una
bella sfuriata di tuo cognato.»
«Che c’entro io?»
«Sei stato tu a prestarmi tutti quei libri di miscredenti.»
«Volevo darti una cultura!»
«E per questo te ne sarò eternamente grata.» ribatté lei,
indicando lo zaino, poggiato a terra, ai suoi piedi. «Ti ho riportato gli
ultimi che mi hai prestato. Quando ripassiamo a casa, te li do.»
Rimasero per qualche altro tempo a parlare, aggrappati
all’altalena, prima di tornare verso casa. Kate recuperò lo zaino
verde militare, rimettendoselo sulle spalle.
«Come mai non porti lo zaino su una spalla? Ricordo che alle
medie, portarlo su una spalla sola indicava che eri già grande,
rispetto a chi lo portava su tutte e due.» raccontò James, con un
sorriso.
«Portarlo su una spalla aumenta vertiginosamente le probabilità
di una scoliosi alla spina dorsale. Quindi, preferisco evitare di fare la
figa, accontentandomi di una schiena meno rovinata, quando sarò
vecchia.»
«Kate…» James abbozzò un sorriso, continuando a camminare
al suo fianco, in silenzio.
2
Dopo che Kate se ne fu andata, James rimase ancora una volta
solo. Si preparò controvoglia un panino tristissimo, e tornò in
camera, piazzandosi davanti il portatile, con un cipiglio di sfida in
volto. Poggiò il panino sulla memoria esterna, bollente, che risultava
molto comoda come scaldino. Il groviglio di fili dietro il portatile era
ormai inestricabile e formava quasi una superficie nera, più fitta
della foresta tedesca. Il ragazzo sbuffò: qualsiasi particolare era
ormai più interessante di quello che avrebbe dovuto scrivere.
Eppure l’idea di partenza non era stata male: un ragazzo
disadattato, frustrato, che continua a ricevere umiliazioni e soprusi
dal mondo, e che come estremo gesto finisce per accecarsi,
rendersi sordo e quant’altro, per non avere più contatti con
l’esterno. E allora perché non gli veniva una sola immagine
convincente, uno spunto valido alla mente?
Recuperò il panino, addentandolo, mentre andava a riaprire la
casella e-mail. Stewart gli aveva risposto e il tono era
maledettamente amabile.
Ehi Big J! Come vanno le cose? Il capolavoro come procede? Non
ti piace l’idea di aprire un canale nell’infanzia? Guarda che in risvolti
economici è una garanzia! Sono i bambini il futuro, per non parlare
degli accordi con le scuole materne! Tu non devi preoccuparti.
Lascia fare al buon vecchio Al. Ho già parlato col boss ed è
d’accordo, anche perché devo distrarlo, Jimmy. Insomma, io lo so
che tu lavori e che hai bisogno del tuo tempo, ma qui in redazione
mi fanno pressione, vogliono leggere qualcosa di tuo. E io continuo
a tranquillizzarli, ovviamente!
Il resto della mail era tutta una sequela di come Stewart assicurava
che stesse facendo nel miglior modo possibile per curare gli
interessi del suo “gioiellino, del nuovo McEwan, che aveva scoperto
e portato alla ribalta”. Come se avesse la fila di giornalisti sotto
casa, ad assediarlo. James cancellò tutto e abbandonò ogni
proposito di rispondere. Tornò a leggere le ultime righe che aveva
buttato giù, proprio mentre il campanello suonava. Stretto
nell’accappatoio rosso e lacero, la sigaretta pendente dalle labbra
piene, il ragazzo si portò gli occhiali sul naso, sbirciando da dietro
una tenda.
«Judy… ci mancava anche lei, adesso…» aprendo la porta di
casa, James poteva sentire i rapidi passi della ragazza sulle scale,
finché non la vide apparire, sorridendogli, mentre entrava
nell’appartamento.
«Amore!» la voce era sempre squillante, così gioiosa. La nuova
arrivata allargò le braccia, per poi gettarle al collo di James,
parlandogli con i loro visi vicini. «Mi sei mancato, lo sai?»
piagnucolò, mentre gli occhi verdi, così espressivi, si restringevano.
«Sì, anche tu…» rispose James, neutro. «Non ti avevo detto di
non vederci per un po’?»
«Eh, lo so… ma Billy oggi non c’era e Michael è partito!» spiegò
la ragazza, per poi premere le sue labbra in tanti baci svelti,
ruotando pian piano la testa. «Ho tanta voglia, sai?»
«Eh, immagino…» sospirò James, provando a staccarsi da
quell’abbraccio.
«Tu no?»
«Judy, devo lavorare… te l’avevo detto…»
«Dai, facciamo subito…»
«Non è questo… è che…» Judy intanto aveva già poggiato la
borsetta, e con la mano gli tastava fra le gambe, con la serietà di chi
esaminava qualcosa di importante. James abbassò lo sguardo,
guardando quei gesti e scuotendo la testa.
«Dai, spogliati. Vado a lavarmi i denti.» Judy prese a zompettare,
battendo le mani, come una bambina il giorno di Natale.
«Non di là… sul letto ho tutti i miei panni, facciamolo qui sul
divano.»
«Ma è stretto…» si lamentò Judy.
«Senti, eh!»
«Va bene, va bene.» obbedì la ragazza, abbassandosi la zip
della tuta rosa, mettendo in mostra una maglietta dello stesso
colore, con delle scritte argentate in risalto. Era innamorata di quel
colore, motivo per cui spesso James la sfotteva, dicendole che se
ne andava in giro vestita come un confetto. Quando il ragazzo tornò
dal bagno, con l’accappatoio su un braccio, Judy era distesa nuda
sul divano, intenta a giocherellare con una ciocca dei lunghi capelli.
La osservava, la bocca semiaperta, quasi fosse intenta a cercare
delle doppie punte. James si bloccò, fissandola. Era incantevole,
con quella pelle chiara, senza però sfociare nel pallido, un rosa che
il ragazzo non avrebbe saputo descrivere, così lontano da tutte
quelle abbronzature volgari che la gente disperatamente ricerca. Il
ragazzo spostò lo sguardo su quei seni non troppo grandi, ma ben
proporzionati, il ventre asciutto, ma privo di accenno di muscolatura,
la peluria bionda fra le gambe. Nonostante la sua riluttanza, James
non poteva reprimere il desiderio che già gli stringeva un nodo in
gola. Judy poteva avere qualsiasi uomo con quel corpo. E per una
ninfomane era più che una fortuna. Non ne parlavano mai e James
dubitava che la ragazza se ne rendesse conto, ma a lui non era
certo sfuggita la cosa. In una delle prime occasioni in cui avevano
fatto sesso, il ragazzo ricordava ancora bene di come Judy non
facesse altro che chiedergli di rifarlo ancora e ancora. Dopo le
prime due volte, James si era dedicato a lei, praticandole del sesso
orale, poi con le dita, una, due, tre volte. E lei ne voleva ancora. La
cosa lo aveva un po’ stupito, tanto da fargli fare delle ricerche in
internet.
Nei casi di ipersessualità capita spesso nel soggetto di provare
stress fisico, il deteriorarsi delle relazioni sociali, la continua ricerca
di creare dei rapporti sessuali osceni. Judy infatti era solita farsi
delle lunghe dormite a casa di James, dopo i loro incontri. Inoltre la
ragazza gli parlava spesso dei continui litigi che aveva avuto con
alcune amiche, che comunque cambiava in continuazione, senza
averne nessuna fissa. James poi non si considerava un moralista,
però aveva notato di come la ragazza cercasse spesso di apportare
quella buona dose di stranezza in ogni rapporto, per poter variare.
Il particolare che però gli aveva fugato ogni dubbio era uno solo:
Judy non provava piacere nel rapporto. Ne sentiva il bisogno, ma
non riusciva a trarne appagamento. Per quel che risultava,
sembrava a tutti gli effetti frigida durante l’amplesso. Proprio per
quel motivo erano molte le volte in cui James tentava di rifiutarsi,
immaginando quanto potesse essere dolorosa la cosa, ma Judy
insisteva fino allo sfinimento e arrivava a dare di matto, se non
otteneva ciò che voleva: un’altra caratteristica per chi soffriva di
ipersessualità.
James aveva conosciuto Judy a una delle presentazioni del suo
libro, circa tre anni prima. La ragazza lavorava per la ditta che si era
occupata dei rinfreschi e, dopo che James aveva finito di leggere
una parte del suo libro agli ospiti, intrattenendo le persone venute
alla libreria, lei lo aveva preso da parte. Dopo un maldestro
approccio, in cui gli assicurava di essere una sua grande fan, e
svariati ammiccamenti, avevano finito per appartarsi nel retro della
libreria. Nella cittadina non c’erano molti ristoranti che si
occupassero di rinfreschi, così i due finivano spesso per incontrarsi,
spostando i loro incontri nell’appartamento che James aveva
appena preso in affitto. Gli raccontava, quando finivano di fare
l’amore, di tutti gli altri uomini con cui si vedeva. Per il ragazzo era
l’ideale: non voleva storie serie e Judy sembrava desiderare lo
stesso. Anche perché la ragazza, oltre al fisico irresistibile, non
aveva altri pregi, soprattutto a livello intellettivo: era molto infantile e
i suoi due unici hobby erano i trucchi femminili e le favole per
bambini. Infatti abbelliva sempre il suo viso con trucchi abbinati in
modo ogni volta diverso, sottolineando le labbra e il contorno degli
occhi con rossetti e matite sempre nuove, in vere e proprie
sperimentazioni continue. Inoltre costringeva sempre James a
inventare per lei una favola diversa, dopo ogni rapporto. E il
ragazzo aveva concluso che forse era quello l’unico motivo di rilievo
per cui tornava spesso da lui, nonostante avesse un gran giro di
amanti alternativi, con i quali stemperare i suoi desideri compulsivi.
«A cosa pensi?» Judy si girò su un fianco, facendo scivolare il
braccio sul petto del ragazzo, fino a stringersi a lui. I loro corpi nudi
entrarono in contatto, ancora accaldati, dopo il rapporto appena
concluso.
«Al perché torni sempre da me.» James guardava il soffitto,
mentre aspirava un’ampia boccata dall’ennesima sigaretta.
«Perché sei bellissimo!» rispose lei, di slancio, con una vocetta
da bimba, che James conosceva ormai fin troppo bene. «Sei il più
bello…» confermò.
«Ecco, il superlativo relativo già lo preferisco… più solido.»
Judy non capì, guardandolo con le labbra dischiuse, come ogni
volta che lui diceva qualcosa di oscuro, almeno per lei.
«Anche Billy è coccoloso, con tutta quella ciccetta… però tu sei
più bello!»
«Sono più sexy di un obeso… era proprio la svolta che aspettavo
da questa giornata.» commentò James, sardonico. Inutile dire che
la sua ironia era incomprensibile a Judy.
«Jimmy, mi racconti una storia?» domandò, muovendosi, tutta
eccitata.
«Quante volte ti ho detto di non chiamarmi così?»
«Jimmy!» cinguettò lei, premendo l’indice sul naso del ragazzo.
«C’era una volta una principessa che odiava i nomi delle
persone…» cominciò James, lasciando andare il mozzicone nel
posacenere, prima di poggiarlo sul bracciolo del divano, dove erano
ancora sdraiati.
«Di che colore ha i capelli, la principessa?»
«Non è importante.»
«Ma è bella?»
«Sì, è una principessa molto bella e bionda come te.» Judy
annuì, soddisfatta. «Ma odiava chiamare le persone per nome.»
«Perché?»
«Perché era pigra e si stufava in fretta. Così chiamava tutti con
“Ehi, tu!” oppure “Coso, vieni qua!”»
Judy ridacchiò.
«Che stupida!»
«Anche se non li chiamava per nome, nessuno dei servitori nel
castello osava rimproverarla e le ubbidivano lo stesso, perché, beh,
perché era la principessa, no?» Judy annuì in fretta, le labbra
socchiuse, in un’attenzione completa. «Un giorno arrivò un
cavaliere al castello: il cavaliere senza nome. Si inchinò e le giurò di
difenderla da qualsiasi pericolo, a patto che lo chiamasse con il suo
nome segreto, perché in realtà uno ce l’aveva. Ma lo confidò
soltanto a lei.»
«E qual era questo nome?»
James fece spallucce.
«Non si sa… lo conoscevano soltanto il cavaliere e la
principessa.» spiegò. «Poi, però, un giorno, arrivò un drago enorme
a minacciare il regno della principessa. Tutti i suoi eserciti non
potevano nulla contro quel mostro potentissimo. E dopo alcune
battaglie perdute, il drago finì per arrivare al castello, assediandolo,
perché voleva mangiare tutti quanti, compresa la principessa.
Quando ormai le ultime difese stavano per cedere, la principessa
sempre più disperata si ricordò del valoroso cavaliere e della sua
promessa di difenderla: c’era ancora una speranza. Subito ordinò a
tutti i servitori di rintracciarlo, ma i loro tentativi furono tutti vani. Del
cavaliere non v’era più traccia. Soltanto nel momento dello
sconforto, si ricordò del patto: doveva chiamare il cavaliere con il
suo vero nome. Così, per la prima volta in vita sua, chiamò quel
nome, lo gridò. E il cavaliere giunse. Dopo una lotta feroce,
all’ultimo sangue, uccise il drago e liberò il regno dalla sua
minaccia, salvando il castello e la principessa.»
«E vissero felici e contenti?»
«Certo, perché da quel giorno la principessa imparò a chiamare
tutti col proprio nome. Infatti, la morale è: impara il nome di ognuno
e chiamalo con quello giusto. Quindi», James si avvicinò al viso di
Judy. «se il mio nome è James, mi devi chiamare James e non
Jimmy! Altrimenti la prossima volta che hai bisogno di me, non
faccio mica come il cavaliere! Ti lascio mangiare dal drago!» e
l’ultima minaccia l’accompagnò sporgendosi col viso sul collo della
ragazza, mordicchiandola, mentre Judy rideva per il solletico.
«Accidenti, sento freddo.» si lamentò James. Balzò giù dal divano,
andando in camera, dove teneva un plaid arancione e tornò con
quello indosso, neanche fosse un mantello. Ma Judy era ormai in
piedi. «Che fai?»
«Devo andare al lavoro.» rispose lei, ma senza guardarlo in
faccia. Ancora nuda, sembrava intenta a guardarsi il ventre, o giù di
lì. James si mise seduto, raggomitolato nella coperta. Era una
giornata primaverile, ma lui sentiva freddo lo stesso, come al solito.
Forse solo ad agosto non lo pativa.
«Ma non è tardi?»
«Stasera c’è una festa al bar e fanno un orario no-stop tutti gli
altri negozi del centro.» spiegò Judy, sovrappensiero. Non lavorava
più come cameriera nei buffet, ma come commessa presso
Perfume, un negozio di profumi, trucchi e cosmetici, aperto in un
centro commerciale. Inutile dire che Judy adorava quel lavoro. E
c’era portata, nonostante le difficoltà che incontrava per via del suo
problema sessuale. Ma a quello aveva posto rimedio. Fra gli amanti
della ragazza c’era anche Michael Winterbottom, il padrone del
Perfume, lo stesso che quel giorno non aveva potuto incontrare,
perché partito chissà dove.
«Il caro Mike come vi controllerà stasera? Vi farà una chiamata
dai Caraibi?»
Ma Judy continuava a ignorarlo, mentre cominciava a sbattere
un piede a terra, come una bimba lamentosa.
«Brucia!» si lamentava. James corrugò la fronte e intuì che si
riferiva alla sua intimità, che doveva essere arrossata. Ma per
fugare ogni dubbio, Judy aveva sporto in avanti il bacino, allargato
le gambe e indicato col dito. «Vedi?»
«Sì, Judy, è inutile che me la sbatti in faccia! Ci vedo!» si
lamentò il ragazzo. Il pudore per Judy era praticamente inesistente.
James continuò a osservarla, lì, tutta nuda, come avrebbe potuto
stare una bambina di tre anni. E non dipendeva certo dalla
familiarità che ormai si era creata fra i due. James era pronto a
scommettere che Judy avrebbe potuto farlo senza problemi anche
in una piazza gremita. Poi, però, se James gli parlava di faccende
sessuali, magari nominando gli organi riproduttivi, era capace di
arrossire o tapparsi le orecchie. Niente parola “vagina”, eppure era
lì a farsi aria con la mano, fra le gambe, proprio davanti a James,
che, tanto per fare qualcosa, si accese un’altra sigaretta. «Devo
venire lì a soffiartici sopra?» la verità era che si sentiva responsabile
in prima persona. La cosa dipendeva sicuramente dal rapporto che
avevano appena consumato. James cercava sempre di fare il più
piano possibile, ma i risultati lasciavano a desiderare. Avrebbe
dovuto negarle qualsiasi rapporto. Ma subire una sfuriata di Judy
era un’esperienza traumatica. E poi James non era sempre così
forte nel darle un secco rifiuto, anche perché conduceva una vita
solitaria e la bellezza di Judy non era certo trascurabile. Così la
colpa e la consapevolezza della propria debolezza lo rendevano
parecchio nervoso. Per fortuna Judy smise presto di “arieggiare” la
zona intima e si rivestì. Prima di andarsene, si chinò per baciarlo,
ma James era distratto e finì per sfiorargli una guancia. Quando
tornò a guardarla, lei era già uscita dalla stanza. La sera ormai già
filtrava dalla finestra, quando James si alzò, nudo, con la coperta a
mo’ di poncho, con le gambe come due stuzzicadenti, che
sbucavano fuori, muovendosi sul pavimento.
Il ragazzo si mosse nel corridoio, per tornare in camera, ma finì
ben presto per fermarsi, appoggiandosi con la schiena a una
parete, mentre il fumo di un’altra sigaretta lo avvolgeva, come una
nube di pensieri fitti. Senza capire il perché, gli tornò alla mente la
presentazione del suo libro, quella alla libreria Modern Book, nel
centro commerciale dove lavorava anche Judy. Era stato un vero
successo, almeno nell’ambito cittadino. Avevano sfiorato il centinaio
di presenze, quando la media di tutte le altre presentazioni era stata
di una decina scarsa di persone annoiate. James sapeva benissimo
che, anche in quell’occasione, le persone realmente interessate
erano state la metà della metà, giacché la maggioranza faceva
parte della rete fitta di conoscenze del suo amico Francis e molte
altre erano conoscenti del libraio, ma a James non era importato.
Era stato al centro dell’attenzione.
Ricordava che aveva avuto la trovata di giungere alla
presentazione in boxer. Vestito di tutto punto, con giacca e camicia
e poi sotto niente, se non i boxer neri e le scarpe da ginnastica, con
un adesivo rosso sull’intimo con scritto “Vi mangerò tutti”, il titolo del
romanzo. E così aveva letto davanti a tutti l’incipit del suo romanzo,
mentre i presenti ridevano e lo applaudivano. Forse era quella la
dimensione illusoria del successo: compiere idiozie, senza che
nessuno te lo facesse notare. Vent’anni e sentirsi imbattibile. Un
romanzo già pubblicato, complimenti a profusione, discussioni su di
te, il centro del mondo, anche se si trattava soltanto della tua
cittadina pettegola. Un brindisi con il talent scout Alan Stewart, di
una discreta casa editrice, la sua affascinante collaboratrice Claire,
che sicuramente si sarebbe lasciata corteggiare, e portato in spalla
da un paio di tossici, conoscenze di Francis, e poi un paio di
quindicenni che si facevano fare una dedica, senza neanche sapere
cosa avessero fra le mani. Niente sembrava poter fermare l’ascesa.
Dopo la cittadina, quelle vicine, la regione, la nazione, il continente!
Prendere in affitto una casa, anche se così scadente, lontano da
quei parenti ingrati, non contenti di aver fatto parte del suo
successo. E ritrovarsi tre anni dopo con la consapevolezza che tutti
i soldi per i diritti del libro erano agli sgoccioli. James provava pena
per quel ragazzo, che sembrava ormai un suo fratello più piccolo e
ingenuo. Abbassò lo sguardo, fissando le sue gambe nude, che
sbucavano da sotto la coperta, in una sorta di riproduzione di quella
giornata in libreria. Si strinse a quel plaid, per poi affrettarsi verso il
letto, recuperando al volo boxer, un paio di pantaloncini e t-shirt,
oltre all’inseparabile accappatoio rosso. Se non scriveva qualcosa
al più presto, era davvero rovinato.
3
E lei apparve nella stanza di nuovo illuminata. Forse era proprio lei
a portare quella luce che ormai lui non poteva più vedere, accecato
nella carne e nello spirito. Porse la sua mano e una carezza si
diffuse sul viso martoriato dello sventurato. Un gesto d’aiuto? Un
atto colmo di pena?
James si massaggiò gli occhi, portandosi gli occhiali sulla fronte,
prima di passare la mano sul naso aquilino, in un gesto nervoso. Il
pensiero di Claire si era infiltrato anche in quelle poche righe che
era riuscito a mettere assieme. E la frustrazione aumentava, al
pensiero di come era lontana la ragazza dall’immagine angelica che
aveva appena trascritto, pensando a lei. Si staccò dal foglio che
stava faticosamente riempiendo di caratteri, per aprire la casella
mail, dove Stewart gli aveva inviato un’altra mail, per ripetere le
domande alle quali James non aveva risposto. Cancellò anche
quella mail, prima che il telefono prendesse a squillare. Forse era
proprio Stewart. Ignorò gli squilli e si alzò per andare a prepararsi
qualcosa per pranzo. Il frigorifero però era vuoto e così James tornò
a indossare il fidato giacchetto di pelle, sopra l’accappatoio, prima di
scendere nella pizzeria sotto casa. Ignorò gli sguardi stupiti riguardo
il suo abbigliamento e consumò il pranzo, immerso in tanti pensieri
pesanti. Si era deciso a telefonare a Claire, con la scusa di dover
parlare del libro. Così avrebbe anche trovato il modo di tenere a
bada Stewart e il suo voler ficcare il naso nel suo lavoro. Ma, già
quando stava risalendo le scale, James era conscio di quanto fosse
una pessima idea. Lei avrebbe senz’altro voluto sapere in ogni caso
ciò che stava scrivendo e questo James non poteva permetterlo.
Era una sorta di promessa, un giuramento che faceva con se
stesso, ogni volta che cominciava a scrivere. Tutto doveva essere
un segreto. Tutto era un segreto. Almeno fino alla fine. Un patto fra
lui e la storia che modellava fra le mani. Lo aveva sempre fatto, da
quando se lo ricordava. E non poteva permettere che qualcuno
entrasse in quel circolo magico. Il suono del citofono interruppe il
flusso di pensieri e buoni propositi, proprio mentre rientrava a casa.
Così, senza fermarsi, attraversò la porta, per poi affacciarsi al
balcone. Un ragazzo con un berretto fissava il giardino,
tamburellando le dita sul cancello. Era il suo amico Francis. E
neanche lui aveva rispettato la sua richiesta di essere lasciato solo,
per un periodo, affinché potesse scrivere meglio.
James spalancò la porta e si diresse in cucina.
«Jamie?»
«Ma qualcuno di voi se lo ricorda il mio nome?» sbottò il
ragazzo, rivelando la sua presenza. Francis fece la sua comparsa,
raggiungendolo e dandogli una pacca sulla schiena, mentre James
era intento a riporre la bottiglia d’acqua in frigo. «Vuoi qualcosa?»
«Oh, no, grazie.»
«Meno male, perché ho il frigo vuoto.» Una zaffata raggiunse la
cucina e già correva lungo tutta la casa. James inspirò, poi maledì i
vicini. I Mitchell erano ormai tristemente famosi in tutto il palazzo per
la loro cucina caratteristica, dall’odore pestilenziale, dove le spezie
attaccavano senza ritegno l’olfatto degli occupanti
dell’appartamento. Non c’era rimedio, se non l’affrettarsi a
percorrere le scale o barricarsi dentro casa. In particolare, James
aveva il privilegio di poter gustare quell’aroma con più intensità,
avendoli proprio di fronte, sullo stesso piano.
«Ma è gulasch?»
«Non ne ho idea! Chiudi quella porta o non respiriamo più.»
sbuffò James, mentre Francis obbediva, ridacchiando. L’odore di
paprica già ristagnava nell’aria.
«Esagerato! Perlomeno loro sono più ospitali e mi hanno fatto
trovare pure il pranzo pronto.» annuì Francis, spostandosi una
ciocca di capelli da davanti gli occhi grigio-azzurri. James ciabattò in
direzione della camera.
«Eri venuto per qualcosa? Devo scrivere…» tagliò corto il
ragazzo. Per chi lo conosceva, il carattere scontroso di Tripp era
ormai una costante, specialmente se non doveva curarsi di
mantenere rapporti ormai solidi. E dopo più di dieci anni che
conosceva Francis c’era ben poco da curare: se la vita non aveva
ancora trovato il modo di farli allontanare, forse avrebbero finito per
rimanere delle presenze costanti, ognuno nella vita dell’altro, dopo
tutte le esperienze che avevano condiviso. Per lo più esperienze
allucinanti, ma quello era un altro discorso. James si sedette su uno
spigolo del letto, l’unica parte libera dai vestiti sparsi, osservando
Francis che camminava nella sua camera, curiosando nella
scrivania e tamburellando le dita sul legno verniciato di bianco, in un
suo gesto tipico. Affrontava la vita come un lettore disattento, che
sfoglia in fretta le pagine di un libro e che, arrivato all’ultima pagina,
dopo aver richiuso il volume, pretende di aver compreso, non solo
la storia, ma anche il messaggio lanciato dall’autore. Ed eccolo lì,
vestito come un rapper tredicenne, strimpellatore di chitarra, con
l’aspirazione della rockstar, nell’inseparabile zaino le dosi d’erba da
vendere, maggiori in quantità rispetto ai neuroni che gli restavano
nel cervello. Una situazione, quella cerebrale, frutto di un
sistematico bombardamento a base di pasticche, speed, chetamina
e antidepressivi della nonna. Non era difficile trovare altri individui
come Francis nella loro cittadina. Se James tornava con la mente
alla classe delle medie, poteva affermare con certezza che almeno
sette ragazzi su dieci avevano poi avuto problemi legali o erano finiti
nel giro della droga, chi come spacciatore, chi come consumatore.
Degli altri tre, due lavoravano sicuramente nel grande centro
commerciale, una vera discarica per i curriculum dei giovani della
zona, e uno provava a fare lo scrittore perdigiorno.
James non aveva un’idea precisa di come Francis si
guadagnasse davvero da vivere. Era sicuro che spacciasse, ma
non era certo un pezzo grosso e non poteva decisamente viverci. Il
fatto era che Francis aveva una rete così fitta di conoscenze che
lasciava sempre sbalordito anche James, che lo conosceva da
parecchio. Al suo posto, James, che aveva spesso bisogno di
periodi solitari per ritrovare la concentrazione, sarebbe uscito
pazzo, nel tentare di far perdere le proprie tracce. Infatti, durante le
presentazioni del libro dell’amico, Francis non era mai potuto essere
presente, proprio per i mille impegni, dai quali non era riuscito a
liberarsi. Ma alla presentazione al centro commerciale c’era voluto
essere a tutti i costi. E aveva finito per riempire l’evento con una
buona parte di amici suoi, o che si dichiaravano tali. Il particolare
che erano per lo più tossici, poco propensi alla letteratura, era
passato in secondo piano.
«Cazzo, James! Ma qui dietro è un vero casino!» esclamò
Francis, mentre con le dita sollevava il groviglio di fili del portatile.
Lo spazio dietro il computer, prima della scrivania, era abbastanza
largo, ma tutto invaso da quei cavi.
«Dovrei dargli una sistemata…» rispose James, vago, prima che
l’amico si voltasse, con un sorriso furbo in volto, disinteressandosi
dei fili.
«Indovina chi ho incontrato l’altro giorno?» James rimase in
silenzio, attendendo che gli desse la notiziona. «Gibson!»
«Chi?»
«E dai! Il vecchio succhiacazzi!» James corrugò la fronte, poi
una luce gli si fece largo nella mente.
«Quel Gibson?»
«Mica siamo a New York! Certo, il vecchio Gibson.»
«Ma è ancora vivo?»
«Bello arzillo, sì!» annuì Francis, con convinzione. Gli veniva da
ridere e James non ne capiva davvero il motivo. Il pensiero di
quell’uomo a James riportava soltanto ricordi poco felici e parecchio
traumatici. Dovevano essere passati ormai quasi dieci anni, ma il
ragazzo non avrebbe mai dimenticato le due canne del fucile che
quel vecchio aveva rivolto contro il suo viso. Era l’ultimo anno delle
medie, uno di quei periodi spartiacque per chiunque e per James lo
fu in modo indelebile. Usciva con una comitiva poco
raccomandabile, fra cui lo stesso Francis, insieme a un certo
Jackson, che per quanto ne sapeva James poteva anche essere
morto. E, quel giorno, proprio loro tre, in un pomeriggio in cui non
avevano niente da fare, si erano intrufolati nella casa di quel
Gibson, tanto per combattere la noia e magari sgraffignare qualche
spicciolo o sigaretta. Avevano creduto che la casa fosse vuota, ma
avevano fatto male i loro calcoli. Proprio mentre si aggiravano per la
casa, aveva fatto la comparsa il padrone di casa. Aveva avuto paura
di quei piccoli invasori e non aveva perso tempo. Doveva aver
sentito dei piccoli rumori ed era subito corso a impugnare il suo
fucile da caccia, per poter affrontare l’invasore ben preparato. E lo
stupore aveva invaso anche lui, quando si era ritrovato di fronte a
quei giovani ladruncoli. Superato il primo shock, Jackson, il più
scafato fra loro tre, aveva provato a convincere il vecchio che erano
venuti lì per chiedere l’elemosina, magari facendo perno sul buon
cuore e l’ingenuità di Gibson. Aveva finito per ottenere anche più di
quello che aveva richiesto. Il vecchietto, che allora doveva aver già
raggiunto i settant’anni, li aveva fatti mettere comodi, dando loro
anche del tè. Poi aveva convinto Jackson a seguirlo di sopra, per
fargli vedere la sua collezione di guerra, con tanto di elmetto della
seconda guerra mondiale. Anche Francis aveva insistito per salire,
ma il padrone di casa aveva tagliato corto, dicendo che bisognava
salire uno per volta. Dopo un po’ di tempo, mentre James e Francis
se la ridevano, soprattutto mentre pensavano a come si stavano
riempiendo di tè, nella stessa casa di colui che stavano per
rapinare, Jackson aveva fatto nuovamente la sua comparsa. Non
aveva un bell’aspetto, ma gli altri due non ci avevano fatto granché
caso. Avevano deciso di congedarsi e Gibson li aveva salutati con
un gran sorrisone, porgendo a Jackson un bel pacchetto di
sigarette, ancora da iniziare, come regalo per tutti e tre. Neanche
una settimana dopo, Francis aveva rivelato a James la confidenza
che gli aveva fatto Jackson. Col tempo il ragazzo aveva finito per
rimuovere i particolari della vicenda, limitandosi a ricordare Gibson
come un molestatore omosessuale e forse pedofilo. Ma, in quel
contesto, il racconto dettagliato di Francis, specialmente l’idea di
quanto erano stati vicini a subire quello stesso trattamento, avevano
creato una rivoluzione in James. Se non avesse incontrato Gibson e
la sua gentilezza viscida, forse avrebbe seguito la stessa corrente di
Francis, ritrovandosi come uno spacciatore in erba. Invece, da
quella volta, aveva finito per cambiare giro, anche in concomitanza
con il cambio di scuola, mantenendo contatti con il solo Francis.
«Ma che cazzo ti ridi?» sbottò James, guardando l’amico, che
scuoteva la testa, senza smettere di divertirsi.
«Era al supermercato a comprare del tè.»
James sospirò, per poi accendersi una sigaretta. Fissò accigliato
Francis, mentre continuava a ridersela di gusto, prima che i bei
lineamenti del ragazzo tornassero a rilassarsi. «Tua nipote come
sta?» chiese, sistemandosi il berretto, che portava sempre un po’ di
traverso.
«Sta bene.» rispose James, di malumore.
«Troppo forte Kate.»
«Anche per te.» Francis lo guardò, fingendosi stupito e
sbattendo le ciglia. James però non aveva problemi a fugargli ogni
dubbio. «Il fatto che ti piaccia rimorchiarti bimbette delle medie è un
problema della tua coscienza, nel quale non voglio entrare. Perciò
fammi il piacere di lasciar stare Kate.» il viso e il tono di voce di
James erano sempre imperturbabili, ma lo sbuffo di fumo che gli
uscì dalle narici, quasi come un toro da cartone animato, non era un
particolare rassicurante.
«Ehi, che cavolo! Stavo solo chiedendo!»
«E io ti stavo solo rispondendo.»
«Senti un po’, ma tu non fumi più?» James sollevò un
sopracciglio, mostrando la sigaretta appena accesa. «Ma no, dai,
intendo roba seria.»
«Francis, lo sai che non la tocco da anni.»
Da adolescente aveva fumato marijuana e hashish, senza
problemi. E non aveva smesso né per la paura dei problemi fisici
che potevano procurare, né per brutte esperienze avute. Aveva
finito per lasciar perdere, dopo che aveva notato di come influisse
sul suo modo di scrivere. Non migliorava né peggiorava, ma
modificava il suo modo di scrivere. E James non poteva accettarlo:
sentiva quasi che il merito fosse tutto della droga e non il suo. A
diciotto anni aveva fumato l’ultimo spinello.
«Vabbé, chiedevo, tante volte avessi ricominciato…»
«Oggi sei venuto per farmi una domanda più idiota dell’altra?»
La suoneria del cellulare di Francis riecheggiò nella stanza. Era
la sigla del telefilm Supercar. Francis sbuffò, guardando sullo
schermo e poi spense il cellulare, senza rispondere. Da come
traccheggiava, James aveva capito subito che c’era qualcosa che
non andava, ma aspettava ancora che fosse l’amico a dirglielo. E lui
doveva essere al lavoro con il manoscritto già da un pezzo…
«Francis…»
«Non è che potrei lasciarti la roba?»
«La roba?»
Francis indicò lo zaino, che in quel momento era ai suoi piedi.
«Non so dove tenerla e…»
«E la vuoi lasciare a casa mia?» chiese James, sgranando gli
occhi.
«Si tratta soltanto di qualche giorno.»
«Senti, Francis…»
«È che è un periodo un po’ difficile… non posso più fidarmi a
nasconderla nei soliti posti.»
«Sì, ma io qua non posso tenerla!» ci mancava pure quello...
«Ma cos'è successo?»
«Forse è che… sto allargando troppo il mio giro e… a qualcuno
non sta bene.» spiegò Francis, in modo vago.
James sbuffò.
«Ma quando ti deciderai a lasciare perdere questa roba?»
Francis lo guardò, un’espressione strana in volto, come se
pensasse che l’amico lo stesse prendendo in giro.
«Mi è venuta sete…» disse, sovrappensiero. James si alzò e si
diresse in cucina, prendendo la bottiglia d’acqua e un bicchiere che
riempì, per poi tornare in camera. Ma prima che ci arrivasse,
Francis era già in corridoio. «Io vado.»
«Te ne vai? Ma l’acqua…» provò a dire James, con il bicchiere in
mano.
«Ci sentiamo… posso sempre contare su di te, no?» gli
domandò Francis, con un sorriso in volto, fissandolo a lungo.
«Se rispondo sì, a cosa vado incontro?» James si accigliò. «Ma
hai le mestruazioni per caso?» Francis gli rifilò un pugno alla spalla,
prima di scendere le scale. James bevve dal bicchiere, prima di
tornare in cucina a poggiarlo. Francis doveva essere nei guai, o
quantomeno in una situazione delicata e strana. Ma James non poteva aiutarlo. Ed era anche convinto di non voler entrarci.

4 commenti:

daniela luna ha detto...

Molto carino un estratto divertente e ironico.
Bellissima l'idea di scrivere un libro nel libro mi piace.
Ironia la fa da padrona e questo lo trovo interessante.
"la morale è: impara il nome di ognuno
e chiamalo con quello giusto" James si avvicinò al viso di
Judy. «se il mio nome è James, mi devi chiamare James e non
Jimmy! Altrimenti la prossima volta che hai bisogno di me, non
faccio mica come il cavaliere! Ti lascio mangiare dal drago!»
EHHEHE Stupenda!!

anima anni ha detto...

Non è di certo il mio genere però ironia fa sempre colpo. Questi primi capitoli sembrano molto carini, scritti bene (editing curato) autoironico e dalle prime batutte direi leggero infatti scorre con piacere. Ci farò di certo un pensierino

Lidia ha detto...

Allora ho letto con attenzione questi primi capitoli e li trovo molto interessanti e al quanto divertenti. Prima di tutto noto che è molto scorrevole e questo è un vantaggio. I dialoghi mi piacciono e spero che siano così arguti anche nel proseguo degli altri capitolo. Per ora direi che finisce dritto nella lista di libri da acquistare.

†Faith† ha detto...

Premetto che non è il mio genere ma ho trovato questi primi capitoli scritti molto bene. Lettura piacevole e scorrevole.
Molto ironico e divertente... ho trovato molto interessante l'idea di raccontare la storia di uno scrittore al suo romanzo d’esordio.

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